Flashback Chris/Matt (eliminato)

*** Attenzione seguono SPOILER su Lemonade ***

 [...]Era sempre stato un buono, Matthew, fin da piccolo. E in vent'anni non sei cambiato per niente, rifletté Christopher con divertito disprezzo, sei sempre lo stesso, fiducioso coglione. Quel che a Matthew sfuggiva era che lui era cambiato, invece, e  non era più il bambino fuggito dal bordello di Covent Garden – sfuggito dalle mani di Bernard Jones. Non era più il bambino che si era ritrovato sperso nella città senza sapere dove andare, e che aveva passato la notte a Green Park, terrorizzato e infreddolito. Quanto era stato debole allora, ricordò Christopher disgustato; gli era sembrato che il mattino non arrivasse mai, e ogni rumore nel buio lo aveva spaventato. Si era svegliato alle prime luci dell'alba, in preda ai brividi, stanco, disperato; probabilmente aveva la febbre, ed era rimasto al parco tutta la mattina, senza mangiare, senza cercare di tirar su qualche spicciolo.
Quando Matthew l'aveva raggiunto nel primo pomeriggio aveva notato subito che qualcosa non andava. “Non stai bene?,” gli aveva chiesto.
Christopher si era alzato, reggendosi al tronco. Si sentiva infreddolito e aveva la testa stordita, ma il leggero sole di fine settembre lo riscaldava un po'. “Sto bene,” rispose. 
“Non hai la cassetta di legno, oggi?” 
Christopher starnutì e diede un morso alla mela che Matthew gli aveva dato. “No. L'ho lasciata alla casa.”
“Perché non la vai a prendere? Non lavori?”
“Sì che lavoro. Farò qualcos'altro.” Diede un altro morso. La mela era buona e sentì rinascere l'appetito; non mangiava dal giorno prima.
“Che cosa? Che cosa farai?” 
Christopher alzò le spalle.
“Perché non vai a prendere la cassetta alla casa?” 
Si grattò la testa, stizzito. “Non posso.”
“Perché? Che è...”
“Oh, non rompere!,” esplose, e le labbra di Matthew tremarono. Christopher sbuffò. “Ma piangi sempre? Mi sono stancato di te!”
Matthew si passò il braccio sugli occhi. “Scusa.”
“Non fa niente.” Tirò il torsolo lontano.
“Perché non puoi tornare alla casa?” 
“Ti ho detto di non...!” Si interruppe, perché Matthew aveva fatto di nuovo la faccia infelice. “Non vivo più lì.”
“Dove vivi adesso?”
“Matthew!” La voce della signora Davenport li fece sobbalzare. Erano diventati piuttosto bravi a precedere le sue esplosioni, ma stavolta si erano distratti, sforando i cinque minuti di libertà.
“Tua madre,” disse Christopher, pulendosi il moccio dal naso con la manica della camicia logora. “Vai, prima che si arrabbi.”
Matthew non si mosse, ed era strano, perché sembrava piuttosto intimorito dalla madre. “Dove vivi adesso?” chiese di nuovo.
“Da nessuna parte,” rispose in fretta Christopher. “E adesso vai, prima che...”
Troppo tardi. 
“Matthew!” La signora Davenport li aveva trovati; era spuntata dietro all'albero e guardava Christopher come se lo avesse sorpreso a squartare suo figlio.
Christopher, spaventato, indietreggiò di un passo.
“Mamma, non...,” provò Matthew.
Lei non lo lasciò finire, afferrandolo per un braccio, e lo spostò bruscamente dietro di sé. Guardò Christopher con occhi infuocati. “Stai lontano! Stai lontano, pezzente!”
“Mamma, no!” gridò Matthew. “E' un mio...”
“Sonia!” chiamò la signora Davenport, come se chiamasse le guardie a cavallo. “Sonia, corri!”
La grassa tata arrivò, ansante. “Signora, l'avete trovato...?”
“Prendi Matthew, portalo via!,” urlò isterica. Sonia l'afferrò sotto le braccia, ma Matthew cominciò a scalciare. 
Christopher rimase stupefatto; era convinto che l'amico non si ribellasse mai.
“Mamma, Chris è mio amico!,” urlava invece, e pareva una furia. Christopher avrebbe voluto scappare lontano da quella signora secca e con gli occhi cattivi, ma non se la sentì di lasciare Matthew da solo, perché la signora Davenport sembrava fuori di sé.
“Questo pezzente!” gridò, sconvolta. “Potevi morire! Poteva farti ammalare! Ti ha fatto ammalare di sicuro! Sonia, portalo via!”
Matthew cercò di liberarsi. “Mamma, portiamolo a casa con noi!”
“Cosa dici?” Lo guardò con gli occhi fuori dalle orbite. “Non lo vedrai mai più! Ti rinchiuderò in casa!”
“No! E' un mio amico, è un mio...”
La grossa tata cominciò a trascinarlo via. 
“No! E' mio amico, no! Lasciami! Non vive da nessuna...”
La sua voce disperata si perse in lontananza e la signora Davenport guardò Christopher con orrore. “Non osare più avvicinarti a mio figlio, schifoso,” gli disse, con occhi febbricitanti e guance innaturalmente colorite. “Se ti vedo di nuovo vicino a lui... No!”
Fece un salto indietro, perché Christopher le aveva sputato addosso. L'aveva colpita sulla pancia, e lo sputo risaltava sull'abito bianco e grigio. Lei si guardò la macchia come se stesse prendendo fuoco, e si allontanò di un altro passo, inorridita.
“Sei cattiva!” urlò Christopher. “Sei tu la schifosa! Mia mamma lo sapeva che eri cattiva!” 
Si girò e corse via veloce, per non farle vedere le lacrime che cominciavano a scorrergli sul viso. Era convinto che non avrebbe mai più rivisto Matthew, e la cosa non lo stupì. Più o meno se l'aspettava fin dal giorno in cui l'aveva conosciuto.
Nei tre giorni successivi  puntò solo a sopravvivere. Il primo giorno chiese l'elemosina vicino ai negozi più signorili – stando attento a non rimanere troppo a lungo fermo nello stesso punto. La sera si ritrovò stanchissimo e accaldato; mangiò poco e niente, e dormì per strada. 
Il secondo giorno le sue condizioni lo portarono alla disperazione. Pensò di tornare al bordello, ma non ne ebbe il coraggio; Elise l'avrebbe picchiato, oppure l'avrebbe rimandato dall'uomo con la pancia. E anche se così non fosse stato, lui non la voleva vedere più, a Elise.
Nel pomeriggio, dopo che l'avevano scacciato dall'angolo dove chiedeva l'elemosina, vide un ragazzino che vendeva opuscoli lungo Pall Mall. Stava appoggiato al muro, e sembrava distratto a guardare uno spettacolo di strada. Il ragazzino aveva incautamente posato il pacco di giornali accanto a sé, in terra. Christopher gli corse vicino, in un lampo, e lo rubò. Le grida del bambino che lo inseguiva – di qualche anno, forse, più grande di lui – lo fecero star male; ma non poté fermarsi, non poté lasciarglielo; e senza fiato riuscì a sfuggire alle sue mani un attimo prima che lo acciuffassero. La disperazione di quel bambino la capiva così bene – era la sua stessa disperazione. 
Era arrivato così il terzo giorno di vita di strada. Christopher si reggeva a malapena in piedi, anche se la febbre gli era passata; ma aveva fame – una fame terribile, e non riusciva a convincere nessuno a comprare gli opuscoli – del resto, ignorava perfino di cosa parlavano; il suo aspetto era malconcio, e la sua forza assente. Gli girava la testa ed era fermo al solito angolo vicino a Green Park, appoggiato al muro. Verso le undici del mattino – lo sapeva perché un uomo aveva chiesto l'ora a un altro, e questi aveva tirato fuori un orologio da tasca, bellissimo, e Christopher per un attimo aveva pensato di rubarlo – vide la signora Davenport dirigersi verso il parco, seguita dalla tata e da un signore vestito di scuro. Aguzzò la vista, allungando il collo mentre si avvicinavano, ma Matthew non era con loro. La signora Davenport camminava veloce, con gli occhi fissi davanti a sé.
Christopher si nascose dietro i passanti e lei gli passò vicinissima. Aveva un aspetto malato; il cappellino le lasciava sfuggire i capelli scuri, di solito nascosti così bene alla vista; gli occhi neri erano cerchiati, arrossati. Andò nel parco, e Christopher dopo qualche ora la dimenticò. 
Era riuscito finalmente a convincere un uomo ad acquistare due opuscoli – forse quel signore era rimasto colpito dal suo aspetto miserabile – quando sentì la voce di quella donna gridare: “E' lì!”
Alzò la testa di scatto e con orrore vide che la signora Davenport stava puntando un dito proprio contro di lui. 
Forse perché le ho sputato?, si chiese, spaventato. Non sapeva se era una cosa che potesse farlo arrestare, ma quando vide che si stava avvicinando a lui di corsa, e con lei quell'uomo vestito di scuro – e anche la tata dietro a loro, con il respiro ansante, il grosso corpo molle e traballante che sobbalzava ad ogni passo – ebbe paura. Fuggì via, senza prendere i soldi che gli stava porgendo il signore degli opuscoli.
“Ehi!,” sentì che lo richiamava quello.
“Prendetelo!” ruggì la madre di Matthew. “Al ladro! Prendetelo!”
“No! Non ho fatto niente!” urlò Christopher, correndo tra i passanti con la forza della disperazione.
Un uomo vide che lo inseguivano, e gridò: “Fermatelo! Fermate quel ladro!”
Parecchie teste si girarono verso di lui, che correva a perdifiato.
“No! Non ho rubato niente!”
Si infilò in un viale del parco, evitando le carrozzelle, le fanciulle colorate con gli ombrellini, i cani al guinzaglio che facevano la passeggiata. 
Sentì vicinissime delle persone dietro di sé. “Fermati! Fermate quel bambino!”
“Non ho fatto...!”
Delle mani crudeli lo afferrarono per i capelli, bloccandogli la corsa, tirandolo su quasi di peso, e delle braccia lo imprigionarono strettamente.
“Non ho preso niente! Non ho rubato niente!" urlò Christopher, dibattendosi. Due uomini lo tenevano fermo, un adulto e un ragazzo, forse imparentati. “Lasciatemi! Non ho fatto niente!"
L'uomo più anziano gli alzò la testa tirandolo per i capelli, e gli diede una sberla che gli fece vedere le stelle. “Stai zitto, pidocchio.”
Christopher cominciò a piangere. “Non ho fatto...” singhiozzò. “Non... non ho fatto... n-niente.”
L'altro ragazzo – avrà avuto sedici anni – gli teneva ferme le braccia dietro la schiena. “Stai fermo, o ti spezzo un braccio.”   
La signora Davenport lo raggiunse di corsa, insieme al signore che l'accompagnava; la tata rimase indietro, ansante. 
L'uomo che lo teneva stretto, di forse cinquantanni, guardò il signore appena arrivato. “Cosa ha fatto questo bambino? Lo dobbiamo denunciare?”
Rispose la signora Davenport. “No.” Si piegò in avanti come senza più fiato, portandosi una mano al cuore. 
“Ha rubato qualcosa?”
“Sì.”
“No!” L'indignazione lo fece urlare. “Non è vero! Sei una bugiarda!”
“Finirai impiccato,” gli disse l'uomo che lo aveva acciuffato, e gli tirò i capelli, forte, strappandogliene un ciuffo. Era un uomo alto, stempiato, e non aveva il cappello: forse gli era volato via mentre lo rincorreva. “Non arriverai a otto anni, pidocchio.” Si rivolse alla signora Davenport. “Se posso darvi un consiglio, non lasciatevi commuovere, signora. Sono piccoli e già marci. Ne hanno impiccato uno di nove anni l'altro giorno. Denunciatelo, e mandatelo diritto a Newgate.”
“Certo, grazie,” rispose lei, ma sembrò assente. Si rivolse all'uomo che le stava al fianco. “Andiamo via subito, Frank. Matthew....” 
Frank annuì. Era un uomo sui trentacinque anni, di media altezza, con pochi capelli che gli facevano la chierica al vertice del capo. “Grazie,” disse ai due che tenevano Christopher. “Siete stati molto gentili. Lasciatelo a me, ora. Ci penso io.”
Lo lasciarono nelle sue mani; Frank lo strinse abbracciandogli la pancia, immobilizzandogli le braccia tra le proprie. “Stai fermo,” gli disse in tono gentile.“Se stai fermo ti lascio libero.”
“Non lasciarlo, Frank! Andiamo a casa!” implorò la signora Davenport, e sembrò sul punto di svenire.
Christopher la guardò con odio, piangendo. “Non ho rubato niente, e sei una bugiarda! Cosa vuoi da me?”
La signora Davenport aveva gli occhi infossati, allucinati; i capelli scompigliati dalla corsa cadevano a ciocche unite, come se non fossero stati pettinati da parecchi giorni. “Ascolta,” gli disse in tono agitato. “Devi venire a casa mia.”
“Non vengo da nessuna parte con te!”
“Hai un padre, una madre? Lasciami parlare con loro, gli spiegherò...”
“No! Mia madre ti odiava!”
Christopher cominciò a scalciare di nuovo, e riuscì a mordere il braccio del signore che lo teneva stretto. Preso alla sprovvista Frank lo lasciò, e Christopher, libero, fuggì di nuovo.
“Nooooo!” gridò la signora Davenport, disperata, ricominciando a corrergli dietro. “Matthew sta male!”
Delle mani lo riacciuffarono dopo appena un attimo, forse perché Christopher si era fermato di botto, smettendo di fuggire. Improvvisamente si era sentito così stanco: le gambe gli si erano fatte pesanti come macigni, e del pari si erano irrigidite; forse era stata la fame, o forse la spossatezza, a togliergli la forza per correre ancora. Frank lo sollevò di peso, ma lui quasi non se ne accorse.
La signora Davenport lo raggiunse, allungando le braccia davanti a sé, e unì i palmi delle mani. “Ti prego,” disse. “Ti prego, vieni a casa con me.”
Lui ripensò a Bernard Jones, alle sue dita grasse e bianche, alla sua puzza acre, ai suoi occhi piccoli e febbrili. Non sarebbe andato con lei; Matthew stava male, è vero – era così piccolo e pallido che doveva star male molto spesso – ma lui cosa c'entrava? Giocavano insieme solo cinque minuti al giorno, da neanche un mese. E poi era un bambino così stupido: quando lo vedeva si si illuminava in modo ridicolo, come un acciarino che fa le scintille in una stanza buia. E aveva sempre qualcosa nelle mani, per lui – panini, caramelle, frutta: pensava che Christopher non lo avrebbe più voluto vedere, altrimenti.
“Va bene, vengo,” rispose, spento. “Ma mi dovete lasciare.” Guardò il signore che lo teneva stretto tra le braccia. “Lasciami! Voglio che mi lasci!” Ricominciò a dibattersi.
“Va bene.”
“No, Frank!” 
“So quello che faccio, Barbara.” Lo lasciò andare, e Christopher si allontanò di qualche passo, ma non scappò. Anche la tata sopraggiunse, sudata e senza fiato.
“Sono il padre di Matt,” si presentò quel signore vestito di scuro. “Mi chiamo Frank Davenport. Matthew sta male e ha bisogno di vederti.”
La signora Davenport si mosse veloce sul viale. “Andiamo, svelti!,” ordinò con voce agitata.
Christopher la seguì in fretta, insieme al signor Davenport. Sonia ben presto rimase indietro, ansante.
“Così, sei tu che ha fatto tutto questo casino,” disse il signor Davenport, al suo fianco, mentre camminavano – correvano, praticamente – sulla strada. “Son due giorni che ti cerchiamo.”
“Come? Che...?”
“Sbrigatevi!”
Avevano taciuto per il restante tragitto, e Christopher non ricordava la strada che aveva fatto perché si sentiva annebbiato –  forse erano state le sberle che gli aveva dato il signore senza cappello, o forse era stata la fame, non lo sapeva. Si ritrovò in Curzon Street, davanti alla casa di Matthew, come se ci fosse arrivato in sogno. Una cameriera aprì la porta, e la signora Davenport quasi l'investì nella furia di entrare. “L'hanno trovato,” sussurrò la cameriera a qualcuno, e Christopher seguì la signora Davenport su per le scale, in fretta, aggrappandosi al corrimano. 
“Muoviti!,” gli disse lei.
Corse lungo un corridoio, con il signor Davenport dietro di lui. E' morto, pensò quando la signora Davenport si fermò davanti a una porta. Adesso entriamo e lui è morto.
La signora Davenport aprì. La stanza era luminosa e spaziosa. C'era un letto a baldacchino, e dentro al letto, Matthew. Non era morto; era steso, rivolto verso la finestra. Non si girò per vedere chi era entrato. 
Sta morendo, pensò Christopher. Anche lui.
“Matt,” sussurrò la signora Davenport. “Guarda chi ti ho portato.”
Matthew si voltò verso sua madre, e Christopher gli fece un saluto appena accennato con la mano.
“Chris!” Si illuminò, e lo sguardo assente l'abbandonò. “Sei venuto a trovarmi!” Si mise a sedere sul letto piuttosto velocemente per un moribondo, e Christopher aggrottò la fronte.
La signora Davenport corse da lui. “No, resta disteso.” Accarezzò i capelli del figlio, asciugandosi una lacrima.
“Sto bene, mamma.” 
Christopher rimase sulla soglia, insieme al signor Davenport, senza capire. “Non sei malato?” chiese. A sentire quella donna secca e cattiva sembrava che stesse lì lì per schiattare.
La risposta di Matthew lo confuse ancora di più. “No, sto bene.”
La signora Davenport si sedette sul letto del figlio. “Vuoi mangiare qualcosa, adesso?” 
“Si, ho molta fame, mamma.”
“Davvero?” Il tono della signora Davenport suonò commosso. “Ti faccio subito portare qualcosa.”
“Può mangiare anche Christopher con me? Chris, hai fame?”
Christopher si grattò la testa, interdetto. Matthew non sembrava morire, dopotutto. “Abbastanza,” rispose. “Ma che malattia hai?” gli chiese, facendo qualche passo verso il letto.
“No, non ti avvicinare!" gridò la signora Davenport, inorridita. Christopher si fermò in mezzo alla stanza, come una statua. 
“Mamma! Non sgridare...”
“Mi dispiace, Matt,” lo interruppe lei. “Prima di venirti vicino il tuo amico deve fare il bagno, e poi lo deve vedere il dottor Kellaway. E poi deve tagliarsi i capelli.”
Il bagno? Il dottore? I capelli?
Il bagno?! 
“Il dottore visita sempre anche me,” si affrettò a informarlo Matthew, vedendo la sua smorfia. “Non avere paura, non ti fa niente. Mamma, dopo Christopher può mangiare con me?”
Sua madre annuì, suonando il campanello. “Ma solo se mangi tutto.”
Arrivò la cameriera che aveva aperto la porta poco prima. “Porta subito il pranzo di Matthew, Rose. E anche per questo qui.” Indicò Christopher. “E prepara anche un bagno per questo...” 
“Christopher,” lo interruppe Matthew.
“Per Christopher,” cedette sua madre. “Butta via quegli stracci luridi che ha. Dagli un abito di Matthew.”
“Chris rimarrà con noi, mamma? Non vive da nessuna parte.”
La signora Davenport distolse gli occhi dal volto del figlio. “Per oggi, magari,” concesse. “Ma tu non dovrai mai più comportarti come hai fatto.” Le tremarono le labbra, e tirò fuori un fazzoletto per asciugarsi gli occhi. “Mi hai fatto spaventare così tanto.”
Il signor Davenport sorrise sulla soglia. “Sei contento, adesso, Matt?” 
“Si.” Si illuminò come solo lui riusciva a fare. “Me l'hai portato, papà! L'hai trovato e me l'hai portato!”
“Già.” Il padre fece una smorfia. “E non è stato facile, credimi. Mi ha pure dato un morso. E sarebbe scappato, se non gli avessimo detto che stavi male.”
“Davvero?” Matthew guardò il suo amico con profondo rispetto.  “Sei forte, Chris.” 
“Ma non stai male?” Christopher non capiva. Perché l'avevano portato lì? 
Il signor Davenport entrò nella stanza e si fermò al suo fianco, sorridendogli. Christopher si allontanò di un passo.
“Dove vivi, Christopher?”
“Da nessuna parte, papà,” rispose Matthew.
“Lascia rispondere il tuo amico, Matt. Vivi per strada, Christopher?”
Non rispose.
“Il tuo amico non è molto loquace, Matthew. Non mi avevi detto che era un codardo.”
“Non sono codardo!” 
Il signor Davenport sorrise. “Oh, bene. Vedo che hai trovato la voce. Dove vivi?”
“Da nessuna parte.”
“Vivi per strada, da solo?” Corrugò la fronte. “Come è possibile?”
Rose bussò alla porta, ed entrò con un vassoio. Christopher lo guardò desideroso.
“Non comincio a mangiare senza di te, Chris,” gli promise Matthew. “Aspetto che hai finito il bagno.”
“Rose! Fai presto a preparare il bagno per questo qui.” 
“E' quasi pronto, signora,” rispose la cameriera, e corse fuori. 
“Sei sempre vissuto per strada?,” gli chiese ancora il signor Davenport.
“No.”
“Viveva in una casa,” lo aiutò Matthew, dal letto. “Ma adesso non ci vivi più, vero, Chris?”
Il signor Davenport inarcò un sopracciglio. “Che casa, Christopher?”
Non rispose. 
“Sei proprio un codardo, allora.”
“Una casa a Covent Garden.”
“Vivevi con i tuoi genitori, in questa casa?”
“No.”
Il signor Davenport si portò una mano alla bocca, e lanciò uno sguardo preoccupato alla moglie. “In questa... casa... vivevano delle famiglie?”
Scosse la testa.
“Chi era il padrone di casa?” 
“Madame.”
“Madame? Madame come?”
“Le ragazze la chiamavano solo Madame.”
“Le... ragazze?” Si schiarì la voce. “Capisco. E dimmi, Chris... c'erano molte ragazze, in questa casa, con te?”
Lui annuì.
Il signor Davenport fece un profondo respiro. “Sei scappato da lì, Christopher?”
Christopher indietreggiò. “Non ci torno,” disse, avvicinandosi alla porta.
“Ehi, ehi, fermati, non ti ci portiamo, stai tranquillo,” si affrettò a tranquillizzarlo. “Senti, tua madre... Matthew ha detto che tua madre è morta. Lavorava in questa casa?”
“Non lo so.” Chiuse gli occhi. “E' morta,” ripeté. 
La signora Davenport intervenne con un brivido. “Come è morta tua madre? Di una malattia?” 
“No.”
“Come?”
Christopher non rispose. 
“Da quanto tempo è morta?,” gli chiese il signor Davenport.
“In primavera,” rispose Christopher. Ricordava che sua madre, pochi giorni prima di morire, gli aveva detto con un sorriso: 'E' primavera, paperino! Tra poco il mondo sarà più bello.' “Era appena cominciata la primavera,” ripeté.
“Sai come si chiamava tuo padre?”
“No.”
Bussarono alla porta, ed entrò Rose. “E' pronto il bagno, signora,” disse, e la signora Davenport si alzò dal letto. 
Christopher arretrò di un passo, e il signor Davenport lo guardò attento. “Non devi avere paura di Barbara, Christopher.”  
“Portalo a fare il bagno, Rose,” disse la signora Davenport. “E controlla che non abbia pidocchi... o piaghe.” 
Rose gli si avvicinò, ma il signor Davenport alzò una mano per fermarla. “Esci, Rose. Ti chiamiamo tra un attimo.”
Rose uscì, stupita, senza commentare. La signora Davenport, invece, guardò il marito fuori di sé. “Matthew ha bisogno di mangiare, Frank, e tu rimandi il suo pasto per parlare con il figlio di una donnaccia!”
“Non lo dire!” urlò Christopher. “Sei tu una donnaccia! Mia mamma era... mia mamma era buona! E bella!” Cominciò a piangere, e Matthew storse la bocca.
“Non dirgli cattiverie, mamma! Se gli dici...”
“Matthew, lascia parlare me,” lo interruppe il signor Davenport. Si avvicinò a Christopher mentre lui a testa bassa cercava di asciugarsi le lacrime con la manica logora della camicia. “Su, su” sussurrò, gentile. Si piegò su un ginocchio, accanto a lui. “Ascolta, Christopher. Perché prima hai detto che a tua madre non piaceva  mia moglie?”
Christopher non rialzò la testa. “Perché una volta l'ha vista, e si è messa la veletta, ed è andata via.”
“Io non conoscevo tua madre,” affermò la signora Davenport. “Mi avrà confusa con qualcun altra.”
Il signor Davenport aggrottò le sopracciglia. Il cibo che aveva portato Rose faceva un profumo invitante e si stava raffreddando. 
“Come si chiamava tua madre, Christopher?”
“Marthe... Marthe Smith. Era buona e...” I singhiozzi gli impedirono di parlare ancora. 
Il signor Davenport rimase in silenzio per qualche istante. “Marthe,” ripeté, sottovoce. “Ma il cognome è Smith, hai detto?”
“Sì.”
“E' possibile che non fosse il suo cognome vero, Christopher?”
“Non lo so.”
Il signor Davenport rialzò lo sguardo verso sua moglie. 
“Frank...” sussurrò lei. Era terribilmente pallida, come un fantasma.  “Non significa niente, Frank. Niente.”
Il signor Davenport allungò una mano verso gli occhi di Christopher, e lui indietreggiò di qualche passo, come scottato. “Non mi toccare.”
Il signor Davenport si portò la mano alla fronte, rimanendo immobile; poi si rialzò in piedi. “Ti ricordi com'era tua madre, Christopher?” 
“Era bella. Tutti la guardavano.”
“Gli occhi... gli occhi di tua madre... erano come i tuoi?”
Christopher alzò le spalle. “Elise diceva così.”
“Quando sei nato, Christopher? Quando compi gli anni, lo sai?”
“Il quattro novembre.”
“Compirai sei anni a novembre?”
Annuì. 
“Sai dove era nata tua madre? Da dove veniva?”
“No.”
“Hai qualcosa che le apparteneva? Un ciondolo, un ritratto, qualunque cosa?”
Ho le lettere nella camicia. “No,” rispose. Il signor Davenport sembrava a posto, doveva ammetterlo; ma non poteva fidarsi di lui. 
“Capisco.” Guardò la moglie, stringendo la bocca in una linea sottile. “Christopher, vai a fare il bagno, adesso.”
Chiamarono Rose, e lui la seguì piuttosto controvoglia. 
Fare il bagno fu un'esperienza tutto sommato meno brutta del previsto. Quando si spogliò volle tenere le lettere vicino a sé, e alla fine le recuperò con un sospiro di sollievo. Rose gli mise un vestito di Matthew che gli stava un po' stretto, ma lui si sentì molto elegante comunque. 
Più sgradevole fu la visita del medico, subito dopo. Il suo responso fu tranquillizzante per la signora Davenport: sano, ma denutrito. 
La cosa peggiore in assoluto fu tagliarsi i capelli; dapprima si rifiutò, e sfuggì a Rose, armata di forbici; ma poi lei gli diede uno scellino – uno scellino! – e lui si lasciò tosare. La cameriera riprese le forbici, dando netti tagli ai suoi folti capelli corvini. Quando tornò da Matthew sembrava una palla da biliardo, e non riusciva a smettere di toccarsi la testa quasi rapata. 
“Hai i capelli corti come i miei,” gli disse Matthew, per consolarlo. Nella stanza con loro c'era solo Sonia; Christopher si sentì sollevato quando non trovò la signora Davenport  ad aspettarlo. 
Matthew gli indicò il vassoio con il cibo intatto. “Ti ho aspettato per mangiare. Ti va di sederti sul letto con me? Oppure... oppure se vuoi puoi mangiare al tavolo, se stai più comodo.”
“Mi metto qui con te,” gli rispose, e Matthew abbassò la testa, felice. ”Mangiamo, adesso, Matt? Non so te, ma io ho una fame...”
“Anche io.” 
“Sarebbe la prima volta,” intervenne Sonia, seduta a leggere in un angolo della camera. 
Christopher cominciò a ingozzarsi di tutto quello che aveva nel piatto. “Ma che malattia hai?,” gli chiese per l'ennesima volta, sputacchiando un po' perché aveva la bocca piena.
Matthew sorrise. “Adesso sono guarito.”
“Guarito, guarito,” borbottò Sonia. “L'hai fatto apposta a non mangiare, perché non lo dici al tuo amico? Per tre giorni. Se fossi stata io tua madre ti avrei messo un imbuto in gola, altro che!”
“Non hai mangiato per tre giorni?,” chiese Christopher, stupito. “Perché? Stavi male?”
“Non avevo fame.” 
“Non avevi fame?” Gli sembrò incredibile; insomma, se c'era una cosa che a Christopher non mancava mai era la fame.
Ma l'amico mangiava con molta più calma di lui, e con minore appetito. Sonia sembrò contare i suoi bocconi, e alla fine gli disse: “Hai finito tutto, Matthew, bravo. Tua madre si metterà a ballare per la gioia.”
L'immagine della signora Davenport che ballava per la gioia confuse Christopher, che non era mai stato così sazio in vita sua e si sentiva bendisposto verso il mondo. Non sapeva dove sarebbe stato il giorno dopo, ma per ora non stava andando tanto male. “Perciò non sei malato?” chiese di nuovo a Matthew.
“No.”
“Devo andare via, allora.”
“No.” 
“No,” confermò Sonia. “I signori Davenport hanno detto che devi aspettarli qui.”
“Puoi prendere i miei giochi, intanto,” gli disse Matthew, indicandogli una cassapanca in un angolo. “Mia mamma vuole che io rimanga a letto per un po', ma se li porti qui giochiamo insieme.”
Christopher andò alla cassapanca, e con stupore ne tirò fuori giochi di legno e statuine. Giocarono insieme per circa un paio d'ore – non senza accapigliarsi, e una volta Matthew quasi pianse – poi la porta si aprì, e i signori Davenport rientrarono. La signora Davenport aveva gli occhi e il naso rossi, e il viso rigido e teso. 
“Sonia, potresti uscire, per favore?,” chiese il signor Davenport.
“Certo, signore. Ah, signora Davenport, Matthew ha mangiato tutto.”
Quella informazione rasserenò per un attimo la sua espressione. “Tutto?”
“Si. E in fretta!” Sonia sorrise e uscì, chiudendosi la porta alle spalle.
La signora Davenport si appoggiò alla colonna del letto, rimanendo in piedi, mentre il signor Davenport si sedette su una sedia a fianco a loro. “Christopher, io e mia moglie vorremmo che tu rimanessi qui in casa con noi,” gli disse senza preamboli. “Insieme a Matthew, naturalmente.”
Christopher spalancò la bocca, senza sapere che dire, e Matthew fece un salto nel letto. “Lo sapevo!” esclamò, giubilante. “Come sono contento, Chris! Tu sei contento? Io sono così...”
“Matthew, fammi finire,” lo interruppe il signor Davenport, ma sorrideva. La signora Davenport era rigida e immobile, e forse non respirava neanche. “Cosa dici, Christopher? Vuoi rimanere qui?”
Lui rimase in silenzio a riflettere. Non era pazzo, sapeva che quella casa era il paradiso rispetto alla strada; ma non capiva. “Perché mi volete con voi? Lei,” indicò la signora Davenport, “non mi vuole.” 
Il signor Davenport fece un profondo respiro. “Ti sbagli, Christopher, sia io che mia moglie siamo d'accordo nel tenerti qui. Ma ti devo dire una cosa importante, prima, e mi devi ascoltare attentamente. E anche tu, Matthew.” Fece una pausa. “Nessuno deve sapere da dove vieni, Christopher. Perciò...” guardò la moglie, pallida e tesa. “Perciò non devi mai più parlare della casa dove hai vissuto né nominare... né nominare tua madre.”
Christopher la rivide per un attimo – bella e profumata – e poi là, appesa – gonfia, putrida di escrementi. Cominciò a piangere. Matthew, preoccupato, gli mise un braccio sulle spalle. “Non piangere, Chris. Non sei contento di venire a vivere con me?”
“Mia mamma...” singhiozzò lui. “Mia... mia mamma era... era buona...” Ed era morta, perché lui era un bambino cattivo. 
“Era una donnaccia, solo una donnaccia,” sussurrò la signora Davenport, e Matthew la guardò infelice. Christopher non rialzò lo sguardo.
“Frank, non vuole rimanere qui con noi,” continuò la signora Davenport, con un filo di voce. “Potremmo mandarlo da qualche parte, non dobbiamo lasciarlo per strada.” Sembrò disperata. “Non possiamo essere certi...”
“Barbara.”
“Non lo voglio in casa, Frank. Non lo voglio vicino a Matthew. Non mi importa, io non...”
“Ne abbiamo parlato, abbiamo trovato un accordo, no?” Il signor Davenport la guardò severo. “Questa volta faremo a modo mio, o quant'è vero Iddio...” Si interruppe, guardando Christopher che non piangeva più e li osservava stupito. “Faremo come abbiamo deciso, e nessuno saprà nulla, Babs, se è questo di cui hai paura.” Osservò il vassoio vuoto su un tavolino a fianco del letto. “Matthew sta bene adesso, e gli è affezionato. Credo che sarà positivo per lui averlo vicino. Il destino sceglie per noi a volte, Barbara. Se non vuoi farlo per carità cristiana, se non vuoi farlo perché è tuo dovere, lo farai per tuo figlio.”
La signora Davenport sembrò afflosciarsi, e si allontanò dal letto, lasciandosi cadere su una sedia poco lontana.
Il signor Davenport si schiarì la voce. “Allora, Christopher, che mi rispondi? Vuoi restare con noi?”
“Dì di sì, Chris,” lo implorò Matthew. 
Christopher si guardò intorno; com'era bella quella stanza, quanta luce, quanta pulizia. Si toccò la testa rasata. Lui non aveva nessun posto dove andare, e nessuna scelta da fare. “Sì.”
“Bene.” Sembrò che il signor Davenport volesse allungare una mano per dargli una carezza, ma poi si fermò e lasciò ricadere la mano in grembo. “Christopher, ti darò... ti daremo un nome rispettabile, e un'istruzione. Diremo che sei figlio di un mio cugino, Mark Davenport, e di sua moglie, Isabelle, morti due anni fa in India.”
Christopher lo guardò senza capire. 
“Da oggi ti chiami Christopher Davenport,” ripeté più chiaramente Frank. “Figlio di Mark e Isabelle Davenport.”
“Io sono Christopher Smith,” rispose lui. “Mia mamma è Marthe Smith.”
“Christopher.” Il signor Davenport appoggiò i gomiti alle ginocchia, piegandosi verso di lui. “Tua madre avrebbe voluto che tu avessi un nome rispettabile. Lo capirai quando sarai grande.”
“Io sono Christopher Smith.”
“Non è il tuo vero nome comunque, non lo capisci?” sbottò lui, esasperato. “E' molto importante, questo, Christopher. Devi capirlo. Vuoi essere chiamato...” Fece un respiro profondo. “Vuoi essere chiamato bastardo per tutta la vita?”
Christopher  abbassò la testa, e un groppo in gola gli si formò, facendogli male. Ricominciò a piangere, piano, asciugandosi il naso che colava con il dorso della mano.
Il signor Davenport allungò un braccio e gli mise una mano sulla spalla, ma lui lo scrollò via e si alzò dal letto, allontanandosi di qualche passo. “Non mi toccare!” disse, rabbioso, asciugandosi gli occhi. 
“Sarai Christopher Davenport, da oggi. Figlio di Isabelle e Mark Davenport,” ripeté Frank. “Devi accettarlo, Christopher. Per te sarà meglio così, vedrai. Mi ringrazierai, quando sarai cresciuto. Non vuoi essere cugino di Matthew? Avrete lo stesso cognome.”
“Dai, Chris,” lo supplicò Matthew. 
“Mio figlio si stava lasciando morir di fame, pur di rivederti, piccoletto,” gli disse il signor Davenport. “Non ti sembra di dovergli ricambiare il favore?”
Per qualche attimo Christopher non rispose, osservando Matthew a bocca aperta. “Non mangiavi più per rivedere me?” chiese, stupefatto, smettendo di piangere.
Matthew si strinse nelle spalle, e non rispose.
“Sei forte, Matt,” gli disse, colpito. 
Il bambino nel letto arrossì, abbassando la testa.
Il signor Davenport sorrise. “Puoi chiamarmi zio, da oggi. E anche Barbara,” indicò la moglie, come sfidandola a contraddirlo, “anche lei la chiamerai zia. Va bene?”
Christopher annuì. “Si, va bene.” Guardò il cugino. “Christopher Davenport. Non è brutto, vero?”

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