martedì 24 febbraio 2015

Alakim. Luce dalle Tenebre


«Quale padre caccia il proprio figlio privandolo della Luce? E mentre tu cercavi disperatamente di riappropriarti della tua anima, di proteggere il mondo e le persone che avevi imparato ad amare nonostante i loro difetti, Lui che faceva? Quando tu sei più debole e in ginocchio, Lui che fa, Alakimael?» Si chinò per sussurrare al suo orecchio. «Te lo dico io che fa: ti spezza il cuore.»

— "Alakim. Luce dalle Tenebre", di Anna Chillon


È difficile per me scrivere una recensione su questo libro, son giorni che ci provo ma non ci riesco. Mi è piaciuto troppo e mi ha fatto pensare troppo. Pensieri ingarbugliati, sentimenti a cui non sono ancora riuscita a dare un nome. 

Lascio parlare la sinossi, per provare a dare un senso alle mie parole. 

Alakim è un permanente divorato da una fame crudele. Reietto in cielo e braccato in terra da una schiera di guerrieri immortali, condivide il suo rifugio sotterraneo con due Nephilim, abili combattenti e fedeli compagni nella sorte. Di giorno è costretto all’oscurità, mentre la notte si aggira per le vie di una Marsiglia trasgressiva, in cerca di un modo per assolvere al patto stretto con Lucifero. È proprio durante questa ricerca che un prete dalle eccezionali capacità sensitive gli suggerisce un antico testo custode di segreti proibiti, portandolo così a imbattersi in Nicole, una giovane libraia animalista. La ragazza ingaggia una lotta impari per non venire travolta dall’indole tenebrosa di Alakim e dal suo spiccato gusto per la malvagità, ma l’ardore che scocca tra loro rapisce corpo e mente, lasciandola senza via di fuga, sopraffatta dall’impetuosità dell’immortale e dalla scoperta di una realtà troppo grande da accettare: una realtà per la quale occorre avere fede. Così, in un susseguirsi di eventi inaspettati, mettendo a rischio la propria esistenza, i suoi amici e Nicole stessa, Alakim fa di tutto per dare a Lucifero ciò che gli spetta, lottando, tracciando la sua strada nel sangue e spingendosi oltre i limiti. Perché avere una possibilità di scelta è l’unica cosa cui non è disposto a rinunciare, anche se quello da pagare è un inimmaginabile prezzo.

Alakim. Luce dalle Tenebre è un'esperienza, un viaggio. Lo cominci con una disposizione e quando arrivi alla fine ti senti diversa. Ti colpisce dentro e ti mastica ben bene. Il bene e il male, in Alakim, si mescolano e si sovrappongono, i personaggi che ne fanno parte sono così... così reali, così ben delineati che sembra impossibile non esistano davvero. Tutti. Muriel e Sam, Nicole e l'ispettore, il magnaccia Gregoriy e Martin l'animalista. Tutti sembrano veri, nessuno assomiglia all'altro perché ognuno è un mondo, così come è un mondo ogni persona. C'è una cosa che Lucifero a un certo punto dice, una cosa che, nonostante venga dal diavolo, è così vera e struggente: 

«Sai cosa vuole la gente?» 
«Pace?» spesso, nelle preghiere degli umani, Alakim aveva udito suppliche di quel genere.  
«Comprensione. Ed è quello che io offro loro. Io non li giudico per i loro desideri miserabili o perversi che siano.»

E io credo che Anna Chillon, l'autrice, abbia proprio questa rarissima capacità. Di comprensione. Il bene e il male in Alakim si incontrano, come si incontrano in tutti i personaggi, tutti sfaccettati, anche quelli più negativi, tutti imperfetti, anche quelli più positivi.

Maledetti umani, così impulsivi e così fragili.

E come in un mondo, in questo libro c'è tutto. Dolore e ironia, sensualità e purezza, sacro e profano. Un sottile filo di erotismo attraversa tutto il libro, insieme al tormento e all'ironia sdrammatizzante. I dialoghi sono qualcosa di perfetto, così come l'ambientazione e l'originalità delle scene. 

Trovò nella ragazza tutta la dolcezza e la tristezza di un fiore spezzato e gettato sull’asfalto e con quel semplice contatto bevve da lei quella fragile speranza d’amore, speranza racchiusa in un bacio che a entrambi la vita aveva negato.

C'è una storia d'amore, in Alakim, che ha appena il tempo di cominciare prima dello scioccante finale. E poi, il senso dell'umorismo, l'ironia che pervade tutto il libro, quell'incontro di sacro e profano che è reso con accettazione, senza patetismo. 

Immagine tratta dal sito web dell'autrice di Alakim,
Anna Chillon (www.annachillon.it). Visitatelo!

In attesa del seguito (che uscirà in estate), le domande che ci girano nella mente sono... perché siamo sulla Terra? Cos'è il libero arbitrio? Ci si può ribellare a un Dio che non ci capisce, che rifiuta di accettare le nostre imperfezioni?

E Alakim, cosa sarà di lui? Un angelo che ha perso la sua luce, che deve starne lontano e poter uscire solo con le tenebre, e tutto per odio verso gli uomini. Anzi... verso Dio. Per una scelta arrogante, superba, insolente. Una scelta che rifarebbe, però, che rifarebbe mille volte, "perché una cattiva scelta è meglio di nessuna scelta".

«Tu non sei normale.»  
«No, infatti. Ma la questione è se lo sei tu.»

Innamorata persa di questo libro, mi sono andata a riguardare un film dal titolo L'ultima profezia. È del 1995, però essendo generalmente definito un cult non dovreste aver difficoltà a recuperarlo. Anche qui si parla dell'odio (dolore) di chi è stato messo da parte da Dio (gli angeli, privi di libero arbitrio) in favore di "scimmie pensanti" (gli uomini, che invece hanno il libero arbitrio). Vi metto un video che riporta alcuni minuti iniziali, ho scelto questo pezzetto perché appare un angelo con i capelli rossi, e chi ha letto Alakim capirà perché nell'attesa del seguito mi consolo con lui :)





(Visto che non ci sono sottotitoli, ecco quel che si dice nel video: 
«Some people lose their faith because Heaven shows them too little. But how many people lose their faith because Heaven shows them too much? Years later, of all the gospels I learned in seminary school, a verse from St. Paul stays with me. It is perhaps the strangest passage in the Bible, in which he writes: "Even now in Heaven there were angels carrying savage weapons."»
...
«Hey, you're not supposed to be up here... oh, sorry.»
...
«Don't fuckin' move.»
«You don't need a gun, Thomas.»
«Who are you?»
«Everything used to be much simpler, didn't it?»
«Get down, slow.»
«Everyone thinks they know what Heaven is like.»
«Turn around. Turn around!»
«Heaven isn't Heaven anymore.»
«Now, take it easy... calm down... take it easy!»
«Thomas... Thomas! Will you listen? I was in the church that day. I know what you saw. I know why you left your faith on that floor.»
«What do you want?»
«You have no idea what this is like for me. "A Thesis on Angels in Religious Scripture"... by Thomas Dagget. Do you still believe... any of it?»
«You're asking me as a cop?»
«As a priest.»
«But I'm not a priest.»
«St. Christopher.»
«"Go your way in safety." Do you believe... that you're part of God's plan, Thomas?»
«That's a complicated question.»
«No, it isn't.»)

martedì 17 febbraio 2015

Del perché, di nascosto, ascolto canzoni melodiche


Dimmi che maiiiiiiiiiii
che non mi lascerai maiiiiiiiiiiii
dimmi chi sei
respiro dei giorni miei d’amoreeeeee


Naturalmente, se si parla di musica, io cito metal e rock. Ci mancherebbe altro. Il tono, come sempre, è la prima cosa. E darselo, voi capite, è necessario. 

Ma nel buio della mia stanzetta – quando sono sola o, che è lo stesso, nell'abitacolo della mia auto scassata mentre vado al lavoro – è un altro paio di maniche.

E non parlo solo di Luce o Margherita, che ancora ancora, ma ben più trash, tipo Perdere l'amore o quella dell'ultimo Sanremo: 

Dimmi perché quando penso
penso solo a teeeeeeeeee

Il fatto è che queste canzoni le puoi urlare ed è tanto, tanto liberatorio.

Così, se Kurt Cobain rimane il mio mito e quello che, fra tutti, ha più inciso nella mia crescita personale e umana – quell’“estetica del perdente” così presente nel mio modo di pensare e per riflesso nei miei libri, in Lemonade soprattutto – poi quando ho da sputare qualche rospo, lo faccio non confidandomi o piagnucolando (completamente “out of character” per quanto mi riguarda), ma cantando canzoni a squarciagola.

Perdonami, Kurt.



A proposito di Kurt Cobain. Come avrete notato dalla barra laterale al blog, sto leggendo un Urban Fantasy (cosa assolutamente rara da parte mia) dal titolo Alakim. Luce dalle tenebre. È di Anna Chillon e, devo dire, mi sta piacendo molto. Per un sacco di motivi – profondità, tormento, ironia, sensualità – e, da ieri, anche per questo passaggio: 

«Desidereresti che fossimo diversi? Kurt diceva saggiamente che preferiva essere odiato per ciò che era, piuttosto che essere amato per ciò che non era.»  Parlava di Kurt Cobain come se ci avesse chiacchierato di persona.

Sono a circa il 60% di questo libro, che vi consiglio caldamente. Se mi volete far compagnia, e leggerlo, poi ne parliamo insieme!



mercoledì 11 febbraio 2015

L'amica geniale


 Replicai: se mi lascia anche Imma, la mia vita non ha più senso. Ma lei sorrise: dov’è scritto che le vite debbano avere un senso?
(Elena Ferrante, "Storia della bambina perduta")


Sono arrivata alla fine della serie de L'amica geniale di Elena Ferrante con gli occhi spalancati e in uno stato che non potrei che definire "scioccato". Perché mi ha scioccato non lo so, o meglio lo so ma non voglio dirvelo. Troppo personali i sentimenti che si provano leggendo questa tetralogia, troppo travolgenti le emozioni che si provano vivendo cinquant'anni di storia italiana in un rione di Napoli, anzi, di storia italiana in un cortile dove due bambine giocano con le bambole. Il finale del viaggio, che viene già svelato all'inizio del primo volume, ci dice che due bambine intelligenti — una di esse, anzi, geniale — hanno sprecato la loro vita. 

Oppure no. 

Oppure ci dice che, in quello sparire, svanire, sottrarsi, smettere di cambiare ancora — in quello sta la beffa più grande, la vittoria definitiva sulla smarginatura.

Perché c'è più del racconto, in queste pagine — c'è qualcosa che scava dentro e non si può spiegare, qualcosa a cui forse ognuno di noi reagisce in modo personale, in base alle proprie esperienze paure irrazionalità. Una scena per tutte, una scena che mi ha colpito moltissimo e che credo non solo che ricorderò per sempre, ma che in qualche modo era già in me, per quanto è ancestrale, archetipica — la salita delle scale delle due bambine che vanno a bussare alla porta dell'Uomo con la Borsa Nera, l'Orco, don Achille. Scena che si somma a qualcosa che, mai chiamato con il suo nome, si sente in ogni frase, nell'energia spaventosa della "strega" Lila, delle foto che prendono fuoco da sole, della camorra che si mescola al passato di bambini del rione, della disciplina di Lenù contro l'intelligenza senza scopo di Lila e gli angoli bui del tunnel alla fine del rione, e nella smarginatura che, padrona, toglie forma alle cose o, peggio, le mostra il caos che sono.


Questa tetralogia è un capolavoro nella sua interezza, e se i miei voti sono stati — 5 stelline per il primo, 3 al secondo, 3 e mezzo al terzo e 4 al quarto — nel complesso è più che lettura, va oltre alla razionalità delle parole, all'apparente fattualità — ti prende per mano con i don Achille e le Lila e le Lenù che salgono le scale tenendosi per mano, andando incontro a un destino e una vita di scelte sbagliate, volute, inspiegabili, forse neppure libere... o forse sì.