sabato 30 agosto 2014

Mi chiamo Bloody Mary



«Cosa vorresti fare da grande? Quali sono i tuoi sogni?» Ma cosa cazzo vuoi? Pensa agli incubi tuoi, strafigo dei miei coglioni. Chi sei per farmi queste domande? «Avrei voluto fare… avrei voluto essere…» Chi cavolo se lo ricorda?

- "Mi chiamo Bloody Mary", di Emiliana De Vico 

Un libro che mi ha sorpreso molto. Coraggioso, diverso dal solito. Ecco la trama:

Alice guarda il mondo attraverso il cristallo di un calice sempre torbido. Giovane alcolista arranca tra serate di sballo fatte di sesso e alcol, e crolli emotivi. Solo quando viene costretta a frequentare un gruppo di terapia di alcolisti in trattamento si rende conto di quanto è profonda la sua dipendenza. Quello che non sa è l’importanza della condivisione, di avere una spalla a cui appoggiarsi. Trova un sostegno nello psichiatra che segue la terapia, fino a che la sua presenza non diventa qualcosa che va oltre il semplice aiuto. Alice sperimenta il senso di inadeguatezza, il sapore amaro delle ricadute e il sollievo della sobrietà. Il tutto attraverso gli occhi di Andrea. Scoprirà, così, qual è la sua vera dipendenza: l’amore.

Dicevo, un libro che mi ha sorpreso molto, anche se la mia parte preferita è sicuramente la prima: mi ha fatto quasi rimpiangere di non essere mai stata alcolista, anche se non era certo questa l'intenzione dell'autrice. (Del resto, non avrei mai potuto essere alcolista: un solo Cuba Libre basta a piegarmi sulla tazza del water). Ma il mondo confuso e incapace di toccarti, di toccarti dentro — quello in cui vive la protagonista nella prima parte del libro, ha avuto su di me una sorta di oscuro fascino. 

«Puoi mostrarmi come si fa l’amore? Sai, penso di avere sempre e solo scopato in vita mia.»

Se vi va, leggete questa recensione de La mia biblioteca romantica, molto più articolata e sensata di questo mio sproloquio dovuto alla SPM, e date un'opportunità a questo libro. Secondo me lo merita davvero.


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