lunedì 23 giugno 2014

Ultime letture (e un piccolo cruccio)

Dovete sapere che aNobii, la libreria virtuale dove da un paio d'anni registro i libri che leggo, è stronza. Perché non mi permette di caricare libri senza ISBN, e così molti libri che io leggo, che sono autopubblicazioni, non posso registrarli, perché mancanti dell'ISBN.

Così poi non mi rimane traccia, e quindi, morale della favola, sono obbligata a scrivere questo post a mo' di promemoria.

Perché non volevo scrivere questo post?

Perché, su un libro in particolare, il mio giudizio non sarà positivissimo; e la cosa mi dispiace un casino, per un motivo che spiegherò poi.

Ma andiamo con ordine.


1) "Giro di vite", 
 di Henry James


Protagonisti del più famoso racconto nero di Henry James sono due bambini, Flora e Miles, perseguitati ma anche attratti dai fantasmi di due personaggi che in vita condividevano le loro giornate. Come in tutti i racconti di James, però, vero protagonista è anche la cupa, minacciosa atmosfera, piena di oscuri presagi, che incombe su paesaggi e persone. Una storia nella più stretta tradizione gotica, tra sovrannaturale e realtà, scritta da un grande narratore dell'Ottocento. 

Prima di leggere questo racconto lungo, pensavo che Henry James avesse uno stile pesante e barocco. La colpa di questo mio pregiudizio è dell'albo n.46 di Dylan Dog, "Inferni" (il più bel numero di Dylan Dog in assoluto, in mia modesta opinione).


In questo albo, strutturato a "ministorie", a un certo punto c'è una citazione di James. Oh, ci credete se vi dico che, nonostante abbia riletto cento volte questo albo, non sono mai riuscita a leggere quella citazione per intero? Mi distraggo, mi annoio, mi perdo a metà.

Beh, Giro di Vite non è così. Provate a leggere la prima pagina. O l'incipit. Ne verrete rapite e non mollerete la storia. Storia inquietante, soffusa di mistero: racconto di fantasmi... o di pazzia. Perché scegliere qual è la verità sta al lettore.
Racconto che vale la pena di leggere.



2) "Un maledetto guaio, Kowalski", 
di Antonio Chiconi


Mi chiamo Kowalski e vendo felicità. Sono aperto 24/7 sempre a disposizione della mia affezionata clientela. Clientela fedele e sempre in aumento, perchè io sono il mago della pioggia, trovo tutto quello che vuoi e anche quello che ancora non vuoi. Abito nel CONDOMinio da più di quanto mi piaccia ricordare e pago regolarmente l’affitto. Da me niente casini entri compri esci, solo cash e niente credito o cambio merce, se sei uno abituale due parole ci possono scappare. Accetto anche ordini telefonici, ma con cautela non si sa mai chi ci può essere all’ascolto...

Preso perché gratuito su Amazon, è un romanzo breve, pulp, che personalmente ho trovato divertentissimo. Non pensate alla verosimiglianza, quando lo leggete: pensate a un cartone animato, semmai... o a un film di Tarantino!
Scorrevole, con dialoghi non-sense e situazioni strambe, lo comincerete e vi ritroverete alla parola "Fine" in un batter d’occhio, senza esservene accorte.
Leggerò anche gli altri della serie, ma a piccole dosi (tanto per rimanere in tema). Vi farò sapere.


 3) "La Sposa di Salt Hendon"
di Lucinda Brant

Quando il Conte di Salt Hendon sposa Jane Despard, figlia di un signorotto di campagna, la Società inorridisce. Ma Jane e Lord Salt hanno in comune un passato di sfiducia, angoscia e tristezza. Quattro anni dopo, sono costretti a un matrimonio che nessuno dei due desidera; il Conte per onorare il desiderio di un uomo morente; Jane per salvare il fratellastro dalla rovina finanziaria. Bella dentro e fuori, la paziente e sempre ottimista Jane crede che l’amore possa vincere su tutto; ci vorrà un po’ di più per convincere il Conte. Entra in scena Diana St. John, che è vissuta in un paradiso artificiale credendo di poter diventare un giorno Contessa di Salt Hendon. Si spingerà oltre i limiti, fino all’omicidio, per ottenere l’attenzione del Conte. Riusciranno i novelli sposi a superare i pregiudizi del passato e la sinistra opposizione e a innamorarsi da capo?

No. No no no no. No. Non ci siamo. Non è possibile che un uomo rovini una ragazzina e poi le lasci prendere la colpa "perché lei non lo ha aspettato". Salt Hendon, quando sa che Jane è stata scacciata dal padre ed è stata accolta da un mercante anziano e bigotto (un uomo che, tengo a sottolineare, Salt Hendon non può considerare il suo amante), la lascia semplicemente lì?

E nessuna lettrice ci trova da ridire?...

Allora ci trovo da ridire io.

SALT HENDON È UN GRAN FIGLIO D'UN CANE!!! 

Oltre a ciò, è di una schifosa, infinita codardia: non confessa neppure al padre di Jane che è stato lui, Salt Hendon, a rovinarla. Immenso puzzolente escremento di verme. (Non so se i vermi evacuano, ma se lo fanno, il risultato è Salt Hendon.)

No no no NO. A parte che ci sono tutti i cliché possibili e immaginabili in questo libro - lettere scomparse, cose che non si dicono non si sa perché - ma avrei accettato ogni cosa, tranne il comportamento da carogna di questo sottospecie di verminante stitico.

Però, ora mi calmo, e a onor del vero aggiungo che il libro è scritto benissimo, pieno di descrizioni sul periodo storico, e, visto che è piaciuto a tutte le lettrici tranne me (ma guarda che novità) vi consiglio di leggerlo. Anche perché si trova gratuito su Amazon.


4) "Di carne e di carta"
di Mirya

Chiara vive di carta. Insegna, studia e legge di tutto. Sui libri e coi libri è cresciuta, i libri sono stati la sua famiglia e i suoi migliori amici e dai libri ha appreso l’amore: l’amore per le pagine ma anche per gli uomini che in quelle pagine vivono.
Leonardo entra nella sua vita per seguirla nel Dottorato di ricerca, ed è un uomo concentrato sulla realtà di carne: per lui il distacco dalle parole scritte è vitale e non accetta l’approccio passionale di Chiara. Ma è stato davvero un caso, a portarlo da lei, o c’è una trama anche dietro al loro incontro?
Tra un canto di Dante e una canzone degli ABBA si combatte la guerra tra la carne e la carta, una guerra che non ha vincitori né perdenti e che forse non ha nemmeno schieramenti.

Ecco la mia nota dolente. Ma mi tocca essere onesta.

Quando ho cominciato questo libro ho pensato che era IL libro. Il cinque stelle. Il vincitore designato del Best Book Award 2014. E ho amato l'autrice, mentre leggevo avevo voglia di scriverle una mail per dichiararle mia imperitura stima perché, scorrendo le sue parole, le sentivo riecheggiare nella mente, così perfette, parole così chiare per spiegare concetti così difficili.

E un'invidia - spero sana - nel vedere quanto era brava a scrivere, trascinandomi con uno stile curato ma non invadente, perfetto compromesso tra bellezza del suono e scopo - scopo che è, sempre e comunque, quello di raccontare una storia.

Avete presente quando tutto, tutto quello che leggete, è nelle vostre corde?

Trascinante, profondo, dialoghi brillanti, comportamenti realistici: la prima metà del libro è perfetta, punto. Tanto che ieri, che era gratis su Amazon, l'ho preso a tradimento per mia sorella, che non legge mai romance (se lo ritroverà sul kindle quando lo accenderà; l'ingenua ha lasciato registrato il suo account sul pc di casa mia e allora… scherzetto!), perché è un libro vero, pieno di sfaccettature, che tutti dovrebbero leggere senza pregiudizi.

Ma poi…
Da metà in poi…

Nuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu!!!

Qualcosa comincia a stonare. È come se lo stile prendesse il sopravvento sulla storia; cominciano a esserci troppe parole, troppe citazioni, troppo compiacimento nelle frasi. Comincio ad accorgermi che sto leggendo un libro, mentre prima ERO il libro.

Ecco, l'ho detto; nella seconda metà di “Di carne e di carta” le spiegazioni verbali sono troppe e troppo poco è il linguaggio del corpo o azioni. Forse la verità è che questo è un problema mio, solo mio: odio le spiegazioni. Per me il libro perfetto è fatto del 99% di domande e solo dell'1% di risposte. Sono fatta male; no no no, le spiegazioni no, ammazzano il pathos, razionalizzano l'irrazionalizzabile.

Quindi non fraintendetemi, il libro è splendido; che dialoghi, ragazze, e che pensieri riesce a mettere su carta l'autrice! Niente è superficiale, niente; ho sottolineato, credo, almeno cento frasi.

Il "tradimento" è stato solo farmi ricordare che stavo leggendo un libro, dopotutto, e che Chiara e Leonardo erano, per ironia della sorte, proprio quei "personaggi di carta" da cui si volevano emancipare. Vorrei riuscire a farvi capire il mio dispiacere nel comprendere che, dopotutto, questo era "solo" un quattro stelle; un po' una pugnalata, quell'ultima metà del libro, per me che ero così presa da Chiara e Leonardo.

La delusione non sarebbe stata così grande, anzi non ci sarebbe stata affatto, se non lo avessi subito eletto a libro perfetto, e a capolavoro. Capolavoro che comunque rimane; finirà senza dubbio nella mia cinquina di migliori libri dell'anno.

martedì 17 giugno 2014

La donna in bianco - Libro primo


Ho letto solo il primo dei sei libri che compongono questo "giallo" del 1859. È il mio primo approccio a Wilkie Collins e devo dire che mi è piaciuto molto. Il testo è più parolaio rispetto ai libri thriller di oggi, ma risulta comunque intrigante, e c'è anche una parte "rosa" dolce e commovente.

Pare che i seguenti volumi saranno più veloci e ricchi di colpi di scena; al momento non posso parlarvene diffusamente poiché, se la matematica non è un'opinione, sono solo a un sesto dalla fine. Comunque mi sento di consigliarvelo, almeno il primo, anche perché questo si può scaricare gratuitamente da Amazon

Vi farò sapere...

mercoledì 11 giugno 2014

Canzoni


Due, che mi piacciono assai, entrambe italiane. Così comincio a creare la colonna sonora per il mio prossimo libro!

La prima canzone è questa, sentita ieri per sbaglio in radio e ripescata oggi in rete. Che ne pensate?



La seconda è questa, che avrete ascoltato già mille volte, perché è la sigla italiana del Mondiale. La particolarità è che durante l'ultimo inverno, scribacchiando qua e là, ascoltavo spessissimo "Un amore così grande" nella versione di Claudio Villa.
Che sia un segno del destino?




lunedì 9 giugno 2014

Oscure gioie


Ho scaricato quasi per caso l'estratto di "Oscure Gioie", romanzo gotico-vittoriano di Virginia de Winter. 

L'estratto mi ha convinto e quindi ho deciso di leggere il libro.
Risultato? Beh, prima di dirvelo, ecco la sinossi:  

Nell'alta società di Londra si mormora che sia più bello di Dorian Gray e più cinico di suo zio, Lord Henry Wotton. E, in effetti, Sebastian Fane, conte di Darlington, potrebbe dare lezioni di dissolutezza a chiunque.
Durante la sua vita è sempre stato abituato a prendere ciò che vuole: infrange cuori maschili e femminili senza scrupolo alcuno, consumando le passioni con la medesima noncuranza che riserva alle sue sigarette. Ma il corso del suo destino è destinato a mutare quando, in una sordida taverna di Whitechapel, si troverà a incrociare le armi per difendere un giovane sconosciuto.
Raven Armitage è bello e sfuggente, con un accento francese e una voce melodiosa che rendono impossibile non cedere alle sue incantevoli menzogne. Per la prima volta nell'esistenza di Sebastian, sarà qualcun altro a imporre le regole del gioco, accendendo in lui una passione che minaccia di travolgerlo senza possibilità di scampo.
Nella Londra di fine Ottocento, divisa tra la tradizione della nobiltà e l'avvento del futuro, ha così inizio un'indagine pericolosa, una caccia all'uomo tra il lusso delle sale da ballo e lo squallore delle fumerie d'oppio, una lotta senza quartiere contro un nemico che si nutre della magia più oscura e che schiera ai suoi ordini un esercito di morti per arrivare a insidiare anche la vita di Sua Maestà la Regina...

Il romanzo ha moltissimi pregi. L'ambientazione, prima di tutto. Non leggerete della Londra Vittoriana... ci sarete dentro! Sentirete l'odore del Tamigi, della nebbia e vi ritroverete nei vicoli bui e stretti.

Poi, c'è un mistero da risolvere. Parte suspense gestita piuttosto bene: anzi, nei momenti più puramente "horror", si sente che il forte dell'autrice è proprio questo. Ti incolla alle pagine, letteralmente. Il finale non spiega tutto ma, dopotutto, non ce n'è bisogno.

Infine c'è la storia d'amore, M/M, tra Sebastian Fane e Raven Armittage. Metto per ultimo quello che in realtà è il punto focale del racconto, perché è qui che il mio "senso di romance-addicted" ha un po' sussultato. Tralasciando il fatto che Sebastian è uno snob viziato e che Raven è dolce ma non l'ho afferrato a pieno, il problema per me è stato che, come nei Melody descritti in "Romanzo Rosa" di Stefania Bertola, i due protagonisti potrebbero amarsi da subito e invece rimangono separati. E no, non c'è un motivo. Cioè, inizialmente un vero ostacolo c'è tra i due, un segreto che, rivelato, li allontana inevitabilmente. Ma una volta superato questo, francamente, rimane solo il tira e molla privo, a mio avviso, di forti motivazioni.
Mentre leggevo mi riecheggiavano in testa le parole della Bertola in Romanzo Rosa:
"Nelle precedenti dispense vi ho elencato, in modo generale e onnicomprensivo, la gamma dei motivi che impediscono ai protagonisti di Situazione Uno, Situazione Due e Situazione Tre di mettersi insieme fin da pagina due, come avrebbero voglia di fare. [...] Un utilissimo elemento per procrastinare il lieto fine della storia d’amore è la CIECA OSTINAZIONE. Di solito è appannaggio dei personaggi femminili, ma è disponibile anche per quelli maschili."
E, aggiungerei io, è disponibile per Sebastian, di certo. Perché respingere l'amore che prova per Raven? Beh, non vuole innamorarsi, come da copione. E visto che siamo lettrici di romance ci deve bastare, immagino.

Domani chissà

In conclusione, il mio giudizio sul libro è di tre stelline e mezzo. Lo stile dell'autrice mi è piaciuto moltissimo, è curato, visivo e, cosa che personalmente ho adorato, è pervaso da un'ironia "british" che mi ha fatto sorridere più volte. Nonostante né Sebastian né Raven siano entrati nella rosa dei miei personaggi preferiti, rileggerò senz'altro questo romanzo per immergermi nuovamente nella Londra Vittoriana e nelle sue atmosfere cupe e splendide.


giovedì 5 giugno 2014

Surviving Sarajevo


Dopo aver letto la recensione di Manu a "Surviving Sarajevo", ho deciso di leggere questo libro, nonostante parlasse di guerra; non mi piace leggere di guerra, ho molta difficoltà ad affrontare temi così dolorosi e reali in lettura.

Preferisco non pensarci.

E l'autore di Surviving Sarajevo lo sa. Parla a me quando dice:

Solo pochi anni fa, ogni volta che al telegiornale si parlava dell’assedio della mia città – capitava sempre nel momento in cui stavi scolando la tua pasta fumante – pensavi bene di cambiare canale: certo preferivi, mentre succhiavi il tuo spaghetto ben unto di pomodoro, deliziarti con ragazzine scosciate che, con la scusa di cantare le parole dello stacchetto, simulavano rapporti orali lanciando alla telecamera sguardi lascivi che sembravano diretti proprio a te. Erano così convincenti, quegli sguardi, che non potevi fare a meno – l’occhio fisso sullo schermo – di pulirti il muso col tovagliolo, che non stava bene presentarsi a una signorina così disponibile con la faccia imbrattata di pomodoro.
Ora è diverso. Stavolta, che ti piaccia o no – che tu lo voglia o meno, lettore – verrai con me a fare un giro di giostra nella Sarajevo assediata. Vedi di non costringermi a tirarti per la manica come un marmocchio riottoso: i cecchini potrebbero notare i nostri armeggi e fare fuoco su di noi. Proprio come in quei videogame sparatutto che ti piacciono tanto. Occhio, però, che qui la scritta “game over” ha il sapore metallico del sangue. Il tuo.

Parla a me e a voi. Appena ho letto l'estratto sopra, ho capito che non potevo non leggere questo libro. A parte le parole appassionate con cui ne parlava Manu nella sua recensione, a cui non aggiungo molto altro perché credo non ce ne sia bisogno, quello che mi ha colpito è stato subito lo stile dell'autore. Mi ha colpito non solo per il ritmo, ma soprattutto per il "prendere o lasciare" di fondo, una certa durezza che non mi avrebbe chiesto di piangere usando parole tristi o addolorate, non mi avrebbe forzato in ogni modo. Mi avrebbe raccontato i fatti, solo quelli.

Io credo che, se leggerete questo libro, vi piacerà moltissimo. Perché parla di guerra, è vero, ma non è un libro di guerra. O almeno non solo. È un libro di amore e di amicizia; di persone che conoscerete, di famiglie di cui farete parte e che non potrete più confondere nella massa delle "vittime". Personaggi splendidi, vivi, che sembrano reali eppure tanto eroici nella loro desolata "vittoria"; perché in guerra, la vera vittoria non si ottiene mai. Come in quella poesia di Bertolt Brecht, "La guerra che verrà":

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.