giovedì 27 settembre 2012

Il problema si fa... stringente

Ok, non so che parole usare per non sembrare superficiale.
Non vorrei sembrarlo, davvero.
Non vorrei.

Allora userò un tono calmo, posato, e non – ripeto, NON – mi lascerò prendere dal panico.

Cito da qui

“In una ricerca pubblicata lo scorso febbraio dall'Asl di Padova, il professor Carlo Foresta – andrologo e professore universitario – dimostra che negli ultimi cinquant'anni il pisello degli italiani si è accorciato del 10 per cento. Dai 9,7 centimetri del 1948, ai 9 del 2001. Misura che nel 2011 si è ridotta di un ulteriore millimetro. Una ritirata lenta ma inesorabile.”

Ma non è importante, giusto? Io non sono superficiale. Non lo sono. E se ora sto piangendo, è perché—ecco, è solo perché—sigh, ma dove diavolo sono i fazzolettini di carta, quando servono?



lunedì 24 settembre 2012

Una parola vale l'altra

O magari no. Le parole non sono neutre. Le parole portano con sé dei significati anche quando, nell'uso comune, sembrano averli persi.

"Tira fuori le palle".
"Non rompermi il cazzo."
"Vaffanculo."

Espressioni figurate, definite volgari, sì — ma neutre. Un "Fottiti", ad esempio, è equivalente a un "Vaffanculo". Giusto?

Sbagliato. "Vaffanculo" nasce come parola omofobica; così un "ti spacco il culo" non è solo espressione viscerale di rabbia, ma con sé porta un'idea discriminante. L'idea che "prenderlo in culo" sia degradante (nasce come offesa tra uomini).
Noi, parlando, crediamo di non farci caso. Crediamo di non essere coinvolti dal significato, per così dire, originario della parola o espressione.
C'è però chi afferma che il nostro inconscio noti queste sottigliezze, perché è il linguaggio che forma il pensiero.
E così, "Non rompermi il cazzo" è sessista, "Sei un gran pezzo di merda" no.

Perché vi racconto queste cose?

Perché quando si scrive, a volte, ci si trova di fronte a un dilemma.
È corretto usare un linguaggio sessista, pur di riuscire a comunicare un'emozione?
È corretto usare un linguaggio omofobico?
E per me che sono vegan, si aggiunge anche un terzo dilemma. È corretto usare un linguaggio specista ("Porco mondo", "Sei un maiale"), pur di riuscire a farsi capire?

La risposta è: no.

Però, però.

Eliminare parole significa eliminare pensieri. Tutte le parole. A volte, ad esempio, incappo nella ben nota polemica dal titolo: “Oh mio Dio, che stronzata scrivere cose come LOL, OMG, ROFL, e tutti gli acronimi dei ggiovani.”
E io penso, oh mio Dio, che stronzata privarsi di uno strumento — una parola che può esprimere esattamente quello che penso — per snobismo.

In 1984, che ho letto secoli fa quindi permettetemi strafalcioni, la dittatura è mantenuta anche con il controllo del linguaggio. Eliminando la parola "rivolta", non si è più capaci di pensare alla rivolta — più o meno.

Perciò, tornando alla domanda iniziale, è corretto usare un linguaggio sessista, omofobico, specista?

No, l'ho detto. Ma se mi serve — per comunicare un'emozione, o rendere realistico il personaggio, o altri mille motivi che ho nella testa — lo faccio. Ho provato a evitarlo, ma non funziona, non sempre. Potrei dire che privarsi di alcune espressioni è castrante, e tutti capireste quello che voglio dire — e questo è un esempio di linguaggio sessista che rende l'idea.
Perché, alla fin fine, una parola non vale l'altra.



giovedì 20 settembre 2012

I manuali di scrittura creativa servono?


Sì, credo di sì. Io ne ho letti alcuni, e una decina di regole, in effetti, sono utili da sapere. Ricordo queste, afferrate qua e là: 

1) l'immancabile "Show, don't tell" (mostra la tua storia, non raccontarla)
2) evitare l'infodump (riversare sul lettore informazioni superflue, eccessive o in modo innaturale, ad esempio utilizzando la forma detta dell'"As you know, Bob")
3) limitare l'aggettivazione
4) evitare gli avverbi (questa è una verità universalmente riconosciuta, ma provate a pensare all'incipit di "Orgoglio e pregiudizio" senza avverbio)
5) rendere soggettive le descrizioni, ovvero descrivere come un personaggio sente l'ambiente, più che l'ambiente
6) non esagerare con i flashback, e, se si usano, cercare di far scivolare il trapassato prossimo (un tempo che, diciamo, "suona male") nel passato remoto il prima possibile
7) movimentare il ritmo delle frasi, ad esempio cominciando con una preposizione di tanto in tanto
8) limitare le subordinate — e i "che"!
9) evitare gli incisi (assurda, questa, nevvero? Io mangio pane e incisi a colazione!)
10) non esagerare con i "suo" e "sua". Es. Lui accarezzò i suoi (di lei) capelli -> Le accarezzò i capelli
11) gestione del POV — evitare di scivolare dal POV di un personaggio a un altro (dà una sensazione di straniamento) o dal POV di un personaggio a un POV onnisciente
12) evitare le "d" eufoniche tra vocali diverse

Come vi ho detto, queste regole le ho lette qua e là. Non è che in italiano ci sia una marea di manuali, del resto. I migliori che ho trovato sono gratuiti, e li ho scoperti in rete dopo la pubblicazione di Lemonade. Sono questi: 

Il mio preferito è quello sui dialoghi. La ragazza che li ha scritti, Gamberetta, è molto ferrea nelle sue convinzioni. Io credo però che sottovaluti alcuni punti (e lo dico dal basso del mio stile da cani), in particolare non tiene conto della musicalità del testo e delle figure retoriche.

Perciò, i manuali servono o no? Sì, ma le regole, alla fin fine, ognuno se le fa da solo.

Ad esempio, io amo gli avverbi e continuo a usarli — in particolare quelli che io chiamo "soggettivi" (fottutamente, decisamente, probabilmente) e che mi dicono qualcosa del personaggio nel cui POV sto scrivendo.

Oppure. In fase di riscrittura di Lemonade ho eliminato molte pagine che interrompevano il ritmo della narrazione. In particolare i flashback. Li ho sostituiti con una o due frasi riassuntive, invece. 

*** ATTENZIONE INIZIO SPOILER SU Lemonade ***
Ad esempio, dietro la frase che qua sotto metto in grassetto:

"[..]Christopher si voltò, cominciò a correre. Nessun rumore di passi lo seguì. Non si fermò. Non subito. Fece un cinquanta metri, prima di rassegnarsi e guardarsi indietro. Il cugino era ancora dove l’aveva lasciato. Ovviamente.
A congelarsi in piena serenità. 
Merda. Eppure avrebbe dovuto aspettarselo. Matthew aveva nel sangue il ricatto morale: non era lui che si era rifiutato di mangiare per tre giorni, nel 1806, per obbligare i suoi genitori ad accogliere in casa un bambino orfano, bastardo, e figlio di puttana?"

Ecco, dietro questa frase c'era un lungo flashback, che se volete potete leggere qui (attenzione, è un testo che manca di revisione).
*** FINE SPOILER SU Lemonade ***

Perciò, e che cavolo, se una regola — in alcuni casi, e a mio personalissimo giudizio — non funziona, io la ignoro. Non ignoro mai il mio orecchio, però, che è quello che mi guida nel formare le frasi, nello scegliere i termini, nel dare ritmo e musicalità al testo.

(...come, "quale ritmo"?!)




lunedì 17 settembre 2012

Questione di clima(x)

Mi piace la pioggia perché posso usare l'ombrello rosso, e dove c'è un ombrello rosso c'è sempre un climax. Diciamo che in un libro, l'ombrello rosso è il momento in crescendo del romanzo — quello che ti fa fare le tre di notte a leggere, per intenderci.
E si può scoprire molto sulle persone in base al loro ombrello, soprattutto sui ragazzi.

(Smettete subito di pensare quello che state pensando.)

C'è chi, noncurante, usa l'ombrello con la marca del benzinaio, e chi ha l'ombrello richiudibile e superfigo, in lega d'alluminio, che porta sempre con sé.
C'è chi non ce l'ha affatto perché bagnarsi fa macho, e chi lo preferisce nero e appuntito perché è un discendente di Jack lo Squartatore.
Poi c'è il collega carino appena assunto, di cui vorresti sapere di più, e il primo giorno che piove lo vedi arrivare con l'ombrello arancione.

L'ombrello arancione è l'anticlimax.

venerdì 14 settembre 2012

Non credo possa funzionare, sai


Oggi un mio collega ha detto che il 48% degli americani rinuncerebbe a un mese di sesso pur di avere in anteprima l'iPhone 5. Non so dove l'abbia letto né come (io ho trovato un sondaggio del genere qui), ma senza entrare nel merito dei lavoratori della Foxconn — non lo sapevate? l'azienda in cui si produce l'iPhone è quella con il tasso più alto di suicidi dei dipendenti, per le condizioni inumane di lavoro a cui vengono sottoposti  —  c'è una domanda che vorrei porre a questo 48%.
Ehi tu, americano un po' panzone. Sì, proprio tu, con la pelata e le ciabatte. Mi spieghi in che modo pensi che la tua vita possa migliorare, avendo tra le mani l'iPhone 5, se è talmente patetica da spingerti a rinunciare a qualcosa di vivo, bello e sudato per qualcosa di gelido, asettico e inanimato?



lunedì 3 settembre 2012

Tanto alla fine la domanda è sempre quella


"So che un giorno avrai una vita bellissima, so che sarai la stella nel cielo di qualcun altro.
Ma perché non può essere mio, quel cielo?"