martedì 21 febbraio 2012

Filologia del... cazzo


Ovvero, turpiloquio. Se ne trovano poche tracce, nei libri italiani dell'Ottocento. Cosa significa, che non esistevano termini volgari duecento anni fa? Erano forse privi di sentimenti viscerali, i nostri antenati?

No. Semplicemente parlavano in un modo e scrivevano in un altro. Se leggiamo la definizione di "cazzo" sul "Dizionario Universale Critico Enciclopedico" (1825), tra i vari significati troviamo:
CAZZO: s.m. Voce disonesta, anche in bocca della più vil plebe, non solamente nel sign. del latino Penis, ma ancora in quello di Zugo, allorché vien detto per ingiuria ad un uomo, ed in quello di Caspita, Canchero, e simili, usato a modo di esclamazione. - V. Notomia, Corpo umano, Tronco. § 1. Vuolsi avvertire in questo luogo per rispetto alle voci di simil calibro, che non per altro si pongono a registro, se non perché i Compilatori del Vocabolario della Crusca non le rigettarono.
Anche i dizionari dell'epoca, insomma, censuravano. Nel caso citato sopra, l'auctoritas della Crusca ha salvato l'imprecazione dall'oblio a cui Francesco Alberti Di Villanuova, curatore del Dizionario Universale Critico, l'avrebbe condannata. E questo nonostante un poeta suo contemporaneo si raccomandasse di dire sempre "pane al pane, e cazzo al cazzo"...

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