lunedì 22 agosto 2011

Ricorsi


Si allontana, come sempre, senza voltarsi. Nelle mani, il plico che le ho consegnato.
Non ha battuto ciglio quando le ho mostrato le foto. Seduta al tavolino del bar, ha aperto la busta con grazia, come sfiorandola. Le dita, però, le tremavano. «È così bella» ha mormorato. E ha fatto un piccolo cenno col capo, come in assenso.
La dignità con cui si fa del male mi colpisce sempre. E dire che sono abituato alla disperazione delle donne che vengono da me.
Non mi abituerò mai ad Elisa, però.
Quando si presentò per la prima volta alla “Michele Ruggeri Agency”, quasi tre anni fa, pensai che fosse la cliente più patetica che mi fosse capitata. E come investigatore privato, vi assicuro che si incontrano molte clienti patetiche. Anzi, credo che senza di loro il mio lavoro non esisterebbe neanche. Ci pensate? A quest'ora sarei disoccupato, oppure un cantante rock.
E Dio solo sa quanto al mondo non serva un altro cantante rock.
«Cosa le interessa in particolare?» le chiesi con voce neutra, cercando di non lasciar trapelare i miei pensieri. Non è mai una mossa intelligente far capire a una cliente che la si considera una pazza autolesionista.
«Dove va, chi frequenta» mi rispose. «Cosa mangia a pranzo, qual è il suo primo pensiero al mattino, che film guarda la sera. Tutto.»
«Capisco» dissi. Ma non capivo. Perché una donna come quella si incaponiva su un coglione che non la voleva più? Passi se fosse stata brutta, o vecchia, o in un vicolo cieco. Oh, so che le femministe insorgeranno, e parleranno dell'importanza dell'essere sull'apparire. Cazzate. La verità è che molte donne chiamano “amore indimenticabile” l'ultimo appiglio che le tiene al di qua della data di scadenza.
Non Elisa Ronchi, però. Ricordo che la prima volta che la vidi mi sembrò un'attrice degli anni cinquanta, per l'elegante bellezza che la distingueva. Bellezza che non urlava e che, forse per questo, lei ignorava. Perché le donne belle—quelle che sanno di esserlo—camminano come a conquistare il mondo. Ogni passo segue l'altro spavaldo come nella marcia di un esercito romano. Non camminano solo per arrivare in un posto. Camminano per conquistare il posto.
Elisa, no. Lei si muoveva quieta, come persa nei suoi pensieri. Non conquistava, né si lasciava conquistare. «Devo sapere, signor Ruggeri. Voglio conoscere ogni particolare della sua vita.»
Io annuii educatamente. Forse, pensai, il suo era un modo come un altro per elaborare il lutto—immergersi nel dolore per accettarlo, o psicostronzate del genere—e prima o poi avrebbe ricominciato a vivere.
Mi sbagliavo.
«L'amore finisce, a volte» le dissi dopo quasi un anno che veniva da me. «Perché non lo accetta e basta?»
«Tutti lo dicono, vero?» I suoi occhi, impassibili, continuarono a guardare i documenti che le avevo consegnato. «E tutti lo accettano.»
«Vanno avanti, immagino. E lei? Lei non vuole andare avanti?»
«No.»
La certezza nella sua voce mi stupì. «Posso chiederle perché? Quell'uomo sta per sposare un'altra.»
«Lei ama solo chi la ricambia, allora? È molto fortunato, signor Ruggeri. Probabilmente è l'unico essere umano a vivere in un mondo perfettamente ordinato.»
Io lasciai uscire un piccolo sbuffo dalle mie labbra. Che una femmina allo sbando come quella trattasse me con condiscendenza... «È sicura che sia davvero amore, il suo? Molte donne amano più il dolore che l'uomo che inseguono.»
Lei riabbassò lo sguardo sul foglio, facendo un sorriso distante. «Crede che abbia una dipendenza dal dolore?»
«Ne sono certo.»
«Beh, si sbaglia.» Ripiegò l'incartamento, e richiuse la cartellina. «Ma le lascerò questa sua idea. Mai deludere un uomo che è convinto di sapere tutto. È il modo migliore per farsi un nemico.»
«Non sarò mai suo nemico» le assicurai ridendo. «Mi fa guadagnare troppi soldi facili. Ma lei, cosa ci guadagna?»
«Io condivido la vita con l'uomo che amo. Ma vedo dal suo sguardo che non mi capisce, e che sta di nuovo per suggerirmi il nome di uno psicanalista.»
Mi grattai la testa, imbarazzato. Era quello che stavo per fare, in effetti. Per la terza o quarta volta negli ultimi mesi. E non venitemi a dire che entravo troppo nel personale, che un investigatore privato non dovrebbe farlo.
Non  venitemi a dire che avrei dovuto rispolverare la chitarra elettrica.
Che ne sapete voi? Noi detective abbiamo una nostra deontologia professionale. A volte, almeno. E sfruttare troppo a lungo una persona così chiaramente fragile mi lasciava il portafoglio gonfio, ma l'amaro in bocca. «So che non sarebbero fatti miei, signora Ronchi, ma—»
«È mai stato innamorato, signor Ruggeri?»
Io sospirai. Donne. Dicono “amore” con la stessa frequenza con cui un uomo dice “cazzo”. E tra le due, non so quale sia la parola più volgare. «È ovvio» risposi spazientito.
«Ma non riesce a comprendermi» disse lei.
Scossi la testa.
«Allora» fece un mezzo sorriso, rivolto a se stessa più che a me «non è mai stato innamorato.»
Decisi di lasciare perdere. O quello, o tirarle il collo. Perché provare a capirla—provare a capire perché si stesse condannando a una vita a metà—era impossibile.
Così, mi limitai a darle quel che voleva. A spacciarle il suo amore da buco della serratura.
Anche oggi, e si allontana da me senza voltarsi. Nelle mani tiene il plico della vita da cui è esclusa.
È quasi all'incrocio, adesso. Alzo la macchina fotografica, e le faccio un veloce scatto.
Ecco, è sparita alla mia vista. Il nostro prossimo appuntamento è tra due settimane, come sempre.
Ma io la rivedrò, più tardi. La vedo tutti i giorni, da qualche mese. Non le parlerò—non si accorgerà neppure di me, perché ci so fare, nel mio mestiere—e studierò ogni moto del suo corpo, ogni suo respiro.
Forse voi non capirete. Come potreste? Il vostro è un mondo così ordinato.
Ma io devo sapere. Devo sapere dove va, e chi frequenta. Devo sapere quale film guarda la sera, e qual è il suo primo pensiero quando si alza al mattino.
Devo conoscere ogni particolare della sua vita.


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venerdì 19 agosto 2011

La scala gialla


Seize the day
or die regretting the time you lost.
(Avenged Sevenfold, "Seize the day")

Una brutta scala gialla. E quando dico che è brutta, dovete credermi: è mastodontica, in metallo, e occupa quasi tutto il centro dell'ufficio. È da lì che si va al primo piano.
A riconvertire dei magazzini industriali in scatolette per impiegati si rischiano cose del genere. E quella scala, il giorno che son venuto a lavorare qui, l'ho vista e l'ho odiata. Sarà che è proprio di fronte alla mia scrivania. Sarà che là sopra si ondeggia come su una barca a vela. E a giudicare dalla faccia che fa Rossana quando ci sale, anche il mal di mare è lo stesso.
Il momento preciso in cui ho notato quella ragazza non lo so. Me ne sono accorto a frittata già fatta, una mattina che lanciavo troppe occhiate verso l'angolo del corridoio. Poi, è spuntato il suo viso, e mi sono sentito come quando arriva il bus, e magari piove, e magari credevi d'averlo perso.
Lei era in ritardo, come sempre: i capelli topo nel caschetto arruffato, il viso gonfio di sonno. Arrancava sui gradini manco fosse trekking, con la borsa a tracolla troppo grande e troppo piena. Nelle orecchie, le cuffie di un vecchio lettore mp3. Chissà se lo spegne mentre lavora, ed era già sparita, inghiottita dal piano di sopra.
Da allora, un po' la guardo, un po' l'aspetto, un po' mi chiedo: la seguo? Attacco bottone? Sì, ma come? Sta sempre appartata. Non va neppure in pausa, o giusto una scappata di sotto per agguantare un caffè, e portarselo in ufficio.
“Senti, ma che c'è di così bello, in quelle pareti, da volertici confondere?”
Bah. Comunque, sola sembra sola.
Forse potrei mandarle una mail. Ha una spilletta di Lucy Van Pelt sulla giacca da sessantottina verde militare. Forse potrei usare una frase dei Peanuts.
Stamattina, però, fa più tardi del solito. E un languore d'attesa cresce e si gonfia, picchia e preme, sotto la mia pelle tornata adolescente.
Forse potrei dirle che ho un cane che si chiama Snoopy. Non è vero, si chiama Lillo, ma lui capirebbe. No, che non capirebbe. Sarebbe geloso. Ma dai, Lillo, mica la voglio sposare. Ci sono già passato, e quattro anni sono pochi per tornare a prendere calci nei denti.
Sono agitato, adesso, mentre l'orologio segna le 9.18. Avrà perso anche il secondo treno, oggi.
Comunque, magari neanche mi piace, se la conosco. E a ben pensarci, quell'idea dei Peanuts è patetica. Non la colpirebbe mai.
E mi chiedo, perché non è ancora arrivata, alle 9.29.
Forse è in ferie, forse è in malattia.
Forse è in ritardo, perché parlavano di un incidente che ha bloccato la linea ferroviaria, questa mattina.
Occhieggio l'angolo del corridoio mentre scorro la pagina virtuale. Sì, ecco: una ragazza, attraversava i binari con le cuffie nelle orecchie. Dicono che non s'è accorta del treno che sopraggiungeva.
Oppure, ci si è buttata.
Oppure, si è ritrovata disequilibrata a causa della sua borsa, troppo grande, troppo piena.
Un grumo nero mi impiastriccia i polmoni, mille porte mi sbattono nella testa.
Non c'è scritto il nome della ragazza.
Le mie mani fanno qualcosa, Outlook si apre sullo schermo, e una bozza di mail interrotta e ricominciata, quante volte?, si mostra ai miei occhi spalancati e quasi ciechi.
Da: fabio.palazzi@dublisoft.it
A: rossana.delbianco@dublisoft.it
Oggetto: I need psychiatric help
“Vorrei solo nascondermi nella mia poltrona a sacco e fare il muso, ma è già occupata da Lucy. Ti andrebbe di”
Invia mail, senza neanche finirla, e spingo il bottone con delicatezza, come se potessi romperlo, quell'ammasso di pixel. Alzo gli occhi alla scala. È così brutta, quella scala, quando non ci sale lei.
Non c'è scritto il nome. Può essere un'altra, può essere chiunque.
Ma oggi piove, io aspetto un bus, e prego di non averlo perso.



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